mercoledì 24 luglio 2013

La realtà in una favola: risponde Claudia Mancino


Leggere si, ma non solo romanzi o gialli e i soliti generi letterari. Esistono altri generi troppo spesso dimenticati: i racconti e le fiabe.
Mi sono davvero emozionata nel leggere i libri di Claudia Mancino. Nata a Ginevra da padre italiano e madre tedesca, ha trascorso l’infanzia a Londra e si è laureata alla facoltà di Lettere di Torino. Una donna che ha respirato diverse culture e che, negli ultimi anni, è stata premiata in premi letterari nazionali ed internazionali.
Le sue favole, secondo me, sono più belle di molte delle classiche favole dei Grimm (sulla cui originalità ci sarebbe da discutere). Staccarsi dalla “tradizione” e da ciò che oggi ci viene imposto dal mondo editoriale ci permette di scoprire queste fiabe, da leggere ai bimbi, ai ragazzi e da leggere a noi stessi, adulti, (perché le fiabe, nella loro più antica tradizione, sono sempre state rivolte a un pubblico adulto prima ancora che a quello infantile). 
Il suo primo libro contiene due racconti, che toccano il cuore. Il primo, Senza rumore, narra della morte di suo padre.
Un dolore che riesce a superare grazie a due amiche e un folle viaggio intrapreso per dare l’addio all’uomo che lei desiderava, per sempre, al suo fianco. Un saluto per staccarsi, ma non definitivamente, da ciò che la morte aveva portato con sé, e per tornare a ricordarlo com’era, per continuare ad averlo accanto nella nuova consapevolezza della sua assenza. Un viaggio per far rumore, dentro il suo animo, là dove di rumore non ce n’era mai stato.
Il secondo racconto, Spiriti, racconta della morte di un uomo al quale Claudia era profondamente legata. Una morte improvvisa, che il destino accavalla a quella del padre. 
Due racconti scritti in prima persona. Storie che toccano l’anima, che emozionano, per certi versi impertinenti, che descrivono l’impotenza di fronte al dolore e la conseguente rinascita dallo stesso.
Il suo secondo libro invece, Il bambino che fermò il tempo ed altre storie, è una raccolta di nove fiabe, una più bella dell’altra. Commoventi, dolcissime e sconcertante specchio della società di oggi.


La prima domanda che rivolgo a Claudia è un classico, quando è nata in te la passione dello scrivere?

La passione è nata dall’ascolto. Ascoltare storie era la cosa che, da bambina, mi stregava di più. Mi lasciava senza fiato, tutte le volte, e ogni storia diventava parte di me. Avevo la sensazione che tutte quelle parole messe insieme fossero potenti come una magia. Così decisi che un giorno, anche io avrei raccontato storie.
Il mondo delle fiabe è un mondo letterario che sembra messo da parte, tu che ne pensi? Cosa ti ha spinto a scrivere delle fiabe?
Sono dovuta diventare madre per scrivere fiabe. E anche qui tutto è partito dall’ascolto di due bambini che mi hanno permesso di entrare nel loro mondo. Loro mi hanno condotto lungo unastrada che avevo dimenticato e io ho indicato loro la strada che dovranno percorrere per diventare adulti. Regalavo loro tempo, ogni sera, leggendo fiabe da tutto il mondo, e sera dopo sera, ho imparato che i bambini hanno una capacità di sentire e comprendere cose che noi adulti, troppo spesso, sottovalutiamo. Li trattiamo da grandi prima che lo siano davvero, o da piccoli quando ci fa comodo pensare che non capiscano e troppo spesso, ci dimentichiamo che i bambini hanno bisogno dei sogni e della magia per crescere. La fiaba è l’anello che lega questi due mondi. Ed è andato perso.
Qual è l’idea che ha dato vita al tuo primo romanzo, Spiriti senza rumore?
Spiriti senza rumore è stato il modo in cui ho cercato di guarire dalla morte di mio padre. Di quel periodo ricordo che facevo persino fatica a respirare. E poi della morte non si parla, non sta bene. Le lacrime, il dolore mettono in imbarazzo. Così una sera, iniziai a lavorare a questa folle storia e quando, mesi dopo, scrissi la parole fine, sapevo che era stato il mio modo di dirgli addio.
E’ stato difficile trovare un editore per pubblicare le tue fatiche letterarie?
Sì, difficilissimo.
Troppo spesso, il rapporto tra editore e scrittore non è mai equilibrato. In un contratto editoriale, lo scrittore è la parte debole (naturalmente si parla di scrittori non famosi). Essere pubblicati è un onore e su questo siamo tutti d’accordo. E’ un riconoscimento ad anni di sogni e lavoro in cui forse solo tu hai creduto.
Siamo nel campo dell’arte, quindi di una passione che non si può domare. Ma come ogni forma d’arte, anche scrivere richiede disciplina, dedizione e determinazione. Le tre D. A mio parere molti editori hanno smesso di sognare. Se davvero credi in qualcosa, devi sognarla abbastanza a lungo da avere il coraggio per realizzarla. E per farlo bene, bisogna essere in due, non credi?
La realtà è invece un’altra: molte delle pubblicazioni, prima ancora di essere sogni e libri, sono gigantesche operazioni di marketing in cui la sola cosa che conta è assicurarsi, a tavolino, la vendita di milioni di copie. Questo lascia poco spazio a scrittori emergenti.
Quali sono le tue idee sul mondo editoriale italiano ed estero?
Rispondere mi mette in difficoltà. Se dico quello che penso non pubblicherò mai più nulla. Ride.
Cos’è per te la scrittura?
La scrittura è musica, è ritmo, è l’accesso verso un mondo parallelo in cui mi è concesso vivere tutte le vite che desidero, forse perché una sola non mi basta.
Qual è il luogo ideale per la scrittura?
Il luogo non ha importanza. La solitudine è la sola cosa importante.
Scrivere è un modo per parlare di te oppure per far capire agli altri dei concetti importanti?
Scrivo perché non posso fare a meno di farlo. C’è l’ho dentro come il musicista ha dentro la musica. Fa parte di me, da sempre.
Nessuna pretesa di spiegare o far capire agli altri qualcosa. Mai!
Ho troppo rispetto per le persone e… per le parole. Se hai qualcosa da raccontare, devi essere sufficientemente umile da farlo sottovoce, senza disturbare. E devi essere capace di usare un linguaggio semplice, perché a parlare e scrivere difficile sono capaci tutti, ma significa porsi su un gradino più in alto degli altri e questa è arroganza.
Stai lavorando ad un nuovo progetto?
Sto lavorando a tre progetti: due romanzi da terminare e una favola che aspetta solo di essere illustrata. Ma, con gli anni, ho imparato che non bisogna mai avere fretta che c’è un tempo per ogni cosa. Uno dei romanzi aspetta solo la fine ed è forse il momento più difficile per uno scrittore, o almeno lo è per me. Scriverlo significa vivere in un mondo parallelo ma spaventosamente reale e sentire cose che diventano parte di te e della tua anima. Quando finisce … è come se una parte di te morisse. So che suona strano, ma è così. Le storie non ti appartengono, come non ti appartengono i figli. Tu, semplicemente, dai loro solo le ali per volare.
Ultima domanda. Il social network ti ha aiutata a promuovere i tuoi libri?
In famiglia sostengono che quando si tratta di cellulari e computer la definizione che mi calza è pennello è “diversamente abile” e credo abbiano ragione. Per l’uscita di Il bambino che fermò il tempo e altre storie ho creato una pagina su Facebook che però nel giro di pochi giorni ha preso un’altra strada, ma è stata una mia scelta. E’ il solo posto in cui mi qualifico come scrittore e credimi, non mi è stato facile farlo. Era una questione di pudore. Potrei farti l’elenco di decine e decine di persone incrociate sul web che si proclamano scrittori e che appiccicano ovunque, in modo quasi ossessivo, le copertine dei loro libri e le loro opere. Personalmente è una cosa che ho sempre trovato fastidiosa. L’autocelebrazione e l’imposizione ottengono, a mio parere, l’effetto opposto a quello desiderato. Sì, credo che fastidio sia il termine giusto. E credo sia anche una questione di credibilità. Le persone non sono stupide. Ciò che davvero ha valore sei tu come persona. Ed è su quello che bisogna puntare, sempre. Non l’apparenza. Mio padre mi ha insegnato quanto sia importante mantenere sempre un profilo basso. L’umiltà e l’onestà fanno la differenza. Se le persone imparano a conoscerti e ad avere stima di te, saranno incuriosite dal tuo lavoro perché sapranno che le due cose sono inscindibili. Quindi no, non credo che i social network possano fare davvero la differenza. La differenza la fai tu come persona.
Come a dire, “Con il fascino potete cavarvela per un quarto d’ora. Poi è meglio che sappiate qualcosa.”
H. Jackson Brown




Articolo scritto per iltempolastoria.it

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