martedì 26 agosto 2014

Ma Rea: Versi stesi, pensieri appesi, poesie incollate, idee plasmate

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Panchine letterarie per la città di Londra?
E in Italia?
In questo Paese c’è chi si attiva mantenendo l’anonimato e distribuendo cultura sui muri, sulle finestre, sui bidoni, sugli angoli delle strade, affinché sia visibile a tutti.
Il suo nome artistico è Ma Rea, uno studente di Ferrara, che attacca le sue poesie in modo creativamente simpatico ed originale.
In questo modo lui porta la poesia alle persone per far conoscere questo ramo della letteratura messo un po’ da parte.
Purtroppo i versi ormai, non hanno più una forte visibilità, son diventati di nicchia.
Distribuendo poesie agli angoli delle strade, e non solo, Ma Rea attrae la curiosità della gente che trova i suoi pensieri su magliette di carta appese ad uno spago, su rotoli di carta igienica, o su sagome di panni stesi attaccati ai muri.
Naturalmente lui rimane nell’anonimato perché il mistero attira!
Come insegnano gli artisti che non danno un nome anagrafico e un’immagine reale alle loro idee.
Io l’ho scoperto spulciando su internet, durante la mia ricerca su curiosità letterarie in Italia e, naturalmente, gli ho posto delle domande per conoscere un po’ di più il creativo che distribuisce la sua arte letteraria per le città.
L’anonimato attira più curiosità, quindi più visibilità, giusto?
«Effettivamente l’anonimato crea curiosità, generalmente perché abbiamo bisogno di dare un volto alla persona, o alle persone, che stanno dietro ad un’opera, qualsiasi essa sia. La dimensione della curiosità ha sempre esercitato un certo fascino perché chiama in gioco il mistero su qualcosa che non si conosce e di conseguenza si inizia a lavorare di immaginazione. In realtà, in questo caso l’anonimato mi interessa per altri motivi, ovvero, mi permette di agire e di far arrivare i miei lavori a vari pubblici senza che entrino in gioco pregiudizi che possono essere scaturiti dalla conoscenza dell’artista. Inoltre, credo, così facendo l’attenzione è più focalizzata sull’opera anziché sull’artista.
In realtà, l’anonimato è solo relativo perché in molti casi agisco alla luce del sole ( a Venezia, mentre facevo “il bucato”, i turisti mi fotografavano); a volte, però, agisco di notte e questo dipende dal tipo di azione che ho in mente.
Bisogna aggiungere che le modalità con cui intervengo e scrivo delineano una personalità che può essere inquadrata all’interno di un panorama socio-culturale, e la personalità è molto più importante dell’identità anagrafica, anche se, effettivamente, quest’ultima può permettere ancora meglio di contestualizzare un’opera e di attribuirle un maggiore o minore valore. Comunque, preferisco che la scoperta di me stesso sia lenta e graduale.»
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Quanto è importante che la cultura torni al primo posto in Italia e soprattutto la poesia dimenticata?
«La cultura ha sempre avuto un ruolo fondamentale in qualsiasi paese; è sempre stata la molla propulsiva per portare dignità alle persone. E’ una cassetta degli attrezzi (parafrasando Wittgenstein) che permette di decodificare il mondo in cui viviamo e di aprire molte porte che altrimenti rimarrebbero inaccessibili. E l’Italia, prima e dopo l’Unità, ha sempre dato un contributo importante al cosiddetto mondo occidentale. La cultura permette di creare professionalità importanti, può innescare un circolo virtuoso di ricerca in vari campi del sapere, può essere un polo di attrazione per il turismo e può creare una popolazione di cittadini consapevoli e attivi per una democrazia sana. L’uso del “può” è d’obbligo perché una condizione fondamentale di progresso umano richiede che la cultura non sia una prerogativa di pochi. Ritengo che, uno dei grossi problemi odierni, sia la capacità di far percepire a tutte le persone, più o meno giovani, quanto valore possa avere la cultura intesa come possibilità di accesso alle opportunità che una società potrebbe dare e come attraverso la cultura possiamo costruire la nostra identità sociale ed individuale. La poesia può avere un ruolo importante se riesce a riconquistare lo spazio che le è stato eroso dalla frammentazione culturale odierna. Oggi viene vista un po’ come un’espressione d’élite ed è necessario superare questa visione dimostrando che chiunque può beneficiarne. Con la poesia errante che sto attuando voglio tentare di riunire diverse espressioni artistiche cogliendo la maggior parte di pubblici possibili. E’ così che sto provando ad elaborare una poetica che possa essere vista come una metafora della necessità sociale di ridurre la frammentazione socio-culturale contemporanea. Un desiderio molto ambizioso, forse velleitario, ma non per questo degno di essere tentato. E il bucato poetico rappresenta il biglietto da visita di questo mio sogno.»

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Come reagisce la gente davanti alle tue originali poesie? Speri che possano indirizzare la loro attenzione su di esse?
Le reazioni delle persone mi sembrano molto diversificate. La maggior parte delle volte emerge la sorpresa e lo stupore di fronte ad una cosa che non viene capita immediatamente. In altri casi gettano uno sguardo di incomprensione e tirano dritte… La sorpresa e lo stupore è esattamente ciò che cerco con le mie opere. Se poi strappo pure un sorriso di divertimento o di piacere, direi che a quel punto è il massimo che posso chiedere. Con il famoso bucato poetico (campagna nomen omen) faccio un’installazione che permette alle persone un’interazione diretta con le opere. Ci sono state situazioni molto divertenti in cui, ad esempio, sono state appese delle calze della befana tra i panni poetici oppure sono stati allegati bigliettini con vari commenti, finora solo positivi. Inoltre, alcune persone si portano via il bucato perché è possibile staccarlo. E questo fa proprio parte del gioco. Significa che “il bucato” è sufficientemente asciutto e le persone possono “indossarlo”. A Rimini, proprio mentre facevo il bucato, una signora mi ha chiesto: – Ma lo lascia qui così? E se lo portano via? Nel momento in cui le ho spiegato il mio obiettivo, lei, tempestivamente, mi ha detto che si sarebbe portata via il reggiseno perché lo trovava bellissimo. Poi, invece, ha solo posticipato la scelta… “magari ripasso tra due giorni, così almeno altre persone possono vedere il bucato completo.” E’ stata una scena davvero carina. Per non parlare di Venezia, a Rialto, luogo nel quale ho installato il bucato poetico tra due pali usati dalle gondole come punto di attracco. Per l’occasione, però, ho chiesto il permesso al gondoliere, il quale, non solo ha acconsentito, ma addirittura, direttamente dalla gondola, si è occupato lui stesso di appendere i capi al filo seguendo le mie direttive. E’ stato un momento magico e surreale. Interattività allo stato puro. E’ difficile che le persone non siano attratte da queste insolite esposizioni. E’ la poesia che viene a trovare noi, e in questo caso lo fa in modo plateale nei luoghi più impensabili e con una scenografia che rimanda ad un gesto così quotidiano e genuino come il bucato appeso. Come restare indifferenti? Se si è almeno un pochino curiosi, si cerca di capire cos’è questa strana roba penzolante tra alberi, pali o altro. E poi la sorpresa è quasi automatica. Magari qualche poesia piace pure! Credo che queste poesie possano essere l’occasione per varie persone di riscoprire questo mondo così affascinante grazie ad una entrata in scena così peculiare. Perché il bucato? Trovo importante tirare fuori dai libri la poesia per darle una boccata d’aria fresca, ne ha proprio bisogno. Ecco che il bucato rappresenta un’ottima metafora di ciò. Facciamo prendere aria alla poesia, esattamente come facciamo con il bucato appena lavato. Quando è asciutto può finalmente essere indossato e portato a spasso dalle persone. Metaforicamente o fisicamente staccato, direi che funziona appieno. Inoltre, il bucato mi permette di sublimare i miei disagi e le difficoltà di un periodo che sto superando, quindi, dopo aver lavato i panni sporchi, ora sto iniziando ad esporli all’aria aperta. Adesso inizio a star meglio e quindi posso iniziare a farli asciugare dopo una bella centrifuga. In attesa che si asciughino come si deve… Leggendo le poesie impresse su questi panni, infatti, si scopre che sono tutte di tipo intimo, psicologico ed esistenziale, ad eccezione di “Sacrilegi” (manifesto di questa campagna) e quelle impresse nei calzini che riguardano la mia passione per la poesia e la mia poetica (Lo stendiversomio). Panni poetici come arredo urbano, interazione con la gente e sublimazione di disagi esistenziali. Alla ricerca dell’aria migliore per farli asciugare.

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Questo artista ha tanto da dire e si nota nelle risposte, per niente sterili, alle mie domande.
A questo punto posso dire che non dobbiamo invidiare le panchine letterarie di Londra visto che Ma Rea ha qualcosa di più originale da distribuire alla gente.
I suoi pensieri, i suoi versi abbelliscono le città e tutto ciò ha qualcosa di più prezioso dei disegni (sicuramente belli) che si ispirano ad opere importanti, a dei classici della letteratura inglese, ma che non regalano dei frammenti dell’anima dell’artista come invece fa Ma Rea, perché quelle pitture sono comandate da un tema già presente, invece Ma Rea tira fuori dei versi che ha dentro di sé.



Articolo scritto per iltempolastoria.it


http://www.iltempolastoria.it/rubriche/libri-in-viaggio/ma-rea-versi-stesi-pensieri-appesi-poesie-incollate-idee-plasmate/

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