lunedì 6 ottobre 2014

Chi è Elia Mangiaboschi?


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Passeggiando per il web si incontrano molti siti, moltissimi blog, io ne ho incontrato uno davvero interessante. Il blog è di Elia Mangiaboschi un ragazzo di Roma che trasforma in parole la sua vita.
Cosa c’è di eclatante? Be’ poche persone scrivono ciò che gli accade durante il giorno e pochissime riescono a tirar fuori storie che ti tengono incollata allo schermo fino a quando non arrivi al punto finale.
Elia racconta la realtà e la contorna di ironia, di nostalgia, di senso critico intrattenendo il lettore con i suoi accadimenti quotidiani.
L’ho intervistato per saperne di più. Buona lettura.
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Leggendo il tuo cognome, Mangiaboschi, immagino elfi, folletti, orchi, troll, sembra di vedere un mondo fatato (o forse sono troppo fantasy). Effettivamente nel tuo mondo si incontrano molti “personaggi” che tu poi descrivi nel blog, che è una sorta di diario dove ci sono rinchiuse le tue sensazioni, le tue emozioni, la vita del quartiere romano dove hai vissuto fino a qualche tempo fa e la vita di quello dove vivi. Tu racconti del quartiere d’infanzia con note diverse da quelle per il quale è famoso e cioè la banda della Magliana (uno dei problemi della televisione, distruggere senza spiegare. Quel quartiere è famoso solo per questa banda e non si sa niente al di fuori di questa). Cosa pensi della superficialità della comunicazione che ha porta (o dovrebbe portare) il peso della conoscenza e che non trasmette che un briciolo del tutto (sempre se questo briciolo sia vero)? E i “personaggi” che si incontrano possono essere paragonati a quelli di un mondo fatato a seconda del loro carattere (folletto/dispettoso, troll/cattivo…)?
«Beh, Mangiaboschi è il cognome di mio padre e prima di mio nonno e prima ancora del mio bisnonno. È un cognome curioso, un bel cognome e, credo, i miei antenati fossero taglialegna, altrimenti, insomma, non avrebbe senso, il cognome dico. Nel mio “mondo” racconto quel che mi capita attorno, tutto, ogni cosa. A darmi spunto sono le situazioni bizzarre che mi circondano, le banalità della quotidianità. Mi sono reso conto, non senza un certo stupore, che la vita di tutti i giorni può essere incredibile e divertente. Questo avviene a Trigoria (la zona dove vivo) e nel quartiere dove sono cresciuto, che poi è la Magliana, a Roma. Ecco, Magliana ha così tanti personaggi che non basterebbero due vite per descriverla. Cioè, credo neanche Tolkien ci riuscirebbe. Le persone sono incredibili e tutte hanno una gran voglia di parlare, se ti fermi cinque minuti al bar sicuro che arriva Filomena a chiederti due spicci o l’amico di tuo padre pronto a parlare per tre ore. Un tossico può raccontarti storie incredibili, viaggi psichedelici che ricordano da vicino “Ai confini della realtà”; per questo adoro i quartieri popolari. Adoro Magliana pure, che è una vera e propria borgata e la sua piazza. È un paese. La Magliana è viva, è vera, non è patinata. È piena di gente sì. È bellissima, nonostante lo smog e le cartacce e l’immondizia e i casermoni. Purtroppo oggi, come tu dici, c’è superficialità. Nessuno si ferma a riflettere e quel che passa è il messaggio televisivo, la serie televisiva, dove i malvagi diventano eroi. Basta poco in fondo. La Magliana è ricordata dai più per le losche vicende della sua Banda e non per, che ne so, le lotte a favore della riduzione degli affitti negli anni settanta o le barricate o i baraccati o la solidarietà tra poveracci. Il rischio è che le storie vengano dimenticate, scompaiano e non rimanga più niente, tranne che la Banda della Magliana, o meglio, il suo surrogato cinematografico/televisivo. A mio avviso una conoscenza superficiale delle cose è sempre pericolosa, ti dà solo una piccola spruzzata di vernice e ti lascia con un bruttissimo vuoto addosso. I quartieri sono importanti e le loro storie non devono andar perdute. A Roma come a Torino o a Milano le borgate sono tante e si assomigliano un po’ tutte. A starci un pochino di tempo ti ci perdi e impari ad ammirarle. A me piace giare in bicicletta, pedalo molto (quando non lavoro) e vado alla ricerca dei quartieri che non stanno sulle cartine delle guide per i turisti. Lì c’è la metropoli reale, le persone, il popolo. C’è un meticciato di culture, un incontro, un universo intero racchiuso in qualche metro di cemento. Ecco, io faccio parte di quel popolo e quel popolo fa parte di me. Quando ci descrivo (a me e a chi mi circonda) non riesco a pensare ad immagini fatate, se chiamo ad esempio alcuni miei colleghi “troll” è perché effettivamente sono bassi e un tantinello antipatici, ma non dispettosi ad esempio. Immagino i troll più come lavoratori instancabili, esseri da miniera, sempre curvi e molto silenziosi. Un po’ come i miei colleghi insomma. C’è tanta originalità nella gente che si incontra; pensa al vagone pieno della metropolitana, alle fermata dell’autobus, in giro per strada o al supermercato. Pensa a chi vedi. Chi sono tutte queste persone? Cosa nasconde l’uomo che parla al cellulare? Com’era da giovane il vecchio zoppo? Cosa sogna il prete con un solo occhio la notte, al caldo, avvolto dalle coperte? Dove passa la giornata la gattara del centro storico? E l’operaio in pausa pranzo che sta mangiando la rosetta con la mortadella? Il mondo è già un luogo fatato.»
(Bassi e antipatici? Allora sono nani, non troll…Scusate, deformazione tolkeniana!)
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Avere un padre ed una madre che narrano storie e racconti prendendo spunto dalle situazioni vissute, che riempiono la tua infanzia, credo sia un privilegio, visto l’odierno comportamento della maggior parte dei genitori. Come se fossero due libri con i quali interagire.
Cos’hai attinto da queste storie? Quanto di queste storie è rimasto nel tuo pensiero?
«Tutto. In famiglia tutti raccontiamo storie. Mia nonna viene da Colobraro, il paese delle streghe e a Magliana ogni persona la teme (ancora oggi, nel 2014). Lei è una strega proprio, anche se non lo dice, sa leggere la mano e fare il malocchio. La sera, da bimbetto, quando i miei mi lasciavano da lei, mi raccontava le storie del paese, prediligendo la notte buia & tempestosa, inarcava il sopracciglio sinistro, le rughe si infittivano e cominciava, con voce cavernosa. Mi diceva della magia e di quando è arrivata a Roma, assieme a mio nonno. Credo sia un vizio di famiglia la faccenda delle storie, le raccontiamo tutti a casa. Se a mia mamma chiedi come era Roma quarant’anni fa lei ti parla delle baracche e degli scontri con le guardie, stessa cosa mio padre. Mio papà faceva l’operaio e ha avuto sempre una gran fantasia. Da ragazzino pensavo fosse un mago e che la fabbrica dove stava una sorta di rifugio per stregoni e che il padrone il cattivo da sconfiggere (il padrone è sempre il cattivo da sconfiggere). Ecco, a me hanno insegnato la vita i miei attraverso una realtà favolosa. Mi hanno spiegato cos’è giusto e cosa è sbagliato con il gioco. Ci è sempre piaciuto giocare, creare personaggi e modificare l’esistente. La realtà, io credo, non hai mica bisogno di crearla. Lei è lì ed è già abbastanza impicciata. A me piace la realtà perché la realtà è un romanzo lunghissimo da cui attingere storie. Ecco, credo che la famiglia mia mi abbia insegnato questo.»

Spezzoni di vita che riportano fedelmente le esagerazioni e le esagitazioni della gente.
Nel tuo articolo “L’armata di Dio”sembra di tornare al Medioevo. Immaginavo, mentre leggevo. La gente del palazzo (esclusi i non residenti a Trigoria) con forconi e fiaccole alla ricerca e alla caccia del serpente figlio del demonio.
Non so perché immaginavo anche delle streghe al solo pronunciare il nome della frazione forse perché c’è assonanza con Triora (il paese delle streghe in provincia di Imperia).
Quali sono le tue reazioni davanti alle esagerazioni o semplicemente davanti a particolari reazioni della gente (rispetto a qualsiasi argomento)?
«Mi spaventano. Prendiamo le ronde. Fino a due tre anni fa tutti volevano metter su una ronda. C’era una ronda per qualsiasi cosa: una contro i barboni, una per salvare il decoro pubblico, una contro il degrado, un’altra per combattere l’immigrazione, un’altra ancora per difendere il parco dai bimbi che giocano a pallone. Le persone si fomentano e l’odio alimenta il fomento. In un periodo di crisi come questo odiare è facile. In genere si odia chi ha meno di te, è più semplice, neanche devi impegnarti troppo. Ti dicono chi odiare, te lo dice la televisione, il giornale, i politici. Più semplice organizzare una ronda contro un immigrato senza permesso di soggiorno che una rivolta nel posto di lavoro. In Italia, ma in Europa in generale, c’è una bassa coscienza sociale e i problemi si tendono a scaricare tutti sugli altri. Sono i migranti a rubare il lavoro e non chi te lo toglie, gli zingari a prenderti la casa popolare e non chi non te la dà. È meno impegnativo. Le reazioni delle persone sono dettate dalla superficialità e dall’ignoranza e una reazione superficiale spesso si trasforma in un’esagerazione. Il problema è che tutto questo porta ad essere diffidenti, viviamo in un paese di diffidenti, stanno tutti sul chi va là, come se da un momento all’altra dovesse succedere chissà cosa. Non c’è un sorriso, un saluto, una stretta di mano. Le persone sono arrabbiate, il che non è un male a prescindere, ma questa rabbia non viene giustamente canalizzata. Voglio dire, se uno ti sta lavando il vetro della macchina non puoi attivare il tergicristallo per tagliargli le dita. Questa è per me una reazione esagerata. Cosa faccio allora? Le descrivo, casomai usando piccoli escamotage che possono essere i serpenti in un condominio, la perdita di un tubo dell’acqua, le terme di una città straniera. Secondo me ci vorrebbe più solidarietà e ci vorrebbe anche che la rabbia fosse indirizzata verso un nemico ben preciso e il nemico, te lo dice uno che è precario e sottopagato da una vita, è chi sta sopra di te, non chi sta sotto.»
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Leggere Bakunin non dev’essere uno scherzo. In un periodo nel quale sui social imperversano classifiche con letture (non è un’idea malvagia davanti alla crisi libraria, ma dovrebbe essere veritiera) “gonfiate” ad arte (credo che in molti abbiano aperto la finestra di Google per cercare libri importanti da riportare poi in classifica), tu scrivi che Bakunin (filosofo rivoluzionario) è una delle tue letture preferite. Ti senti mai tagliato fuori da questo mondo per le tue idee e per le tue letture? O addirittura, solo per il fatto di leggere?
«No. Ho sempre adorato leggere di tutto. Bakunin per me è uno tra tanti. A me piace leggere ogni cosa e per me già che uno legge è importante. Mi spiego, se dai ad un ragazzino i Promessi Sposi o Leopardi a meno che non hai un professore bravissimo è molto probabile che il quindicenne non legga mai più. Gli autori hanno bisogno di essere conosciuti all’età giusta. C’è un’età per ogni autore. È sbagliato secondo me al liceo leggere tutti i classici. Devi saperlo fare. Le letture obbligate d’estate come compito, bisogna far decidere agli studenti e va bene se poi scelgono Twilight, Harry Potter o le saghe sugli zombie che vanno tanto di moda. L’importante è leggere, se poi ti piace prima o poi sicuro finisce che ti compri Delitto e Castigo. Se una ragazzina a tredici anni legge Moccia va bene, Moccia sta facendo un lavoro di persuasione. A venti casomai starà in fissa con Calvino o con Foscolo. Io ho iniziato a leggere da bimbo con Vampiretto (avevo tutta la serie), poi sono passato agli Oscar Junior Mondadori (quelli con le copertine di Angelo Stano) e infine ho scoperto Piccoli Brividi. Il mio è stato un percorso, cioè, se non ci fosse stato Vampiretto io Bakunin non lo avrei mai conosciuto. Non mi sento tagliato fuori neanche da questo mondo quindi. Credo anzi di farne parte (tra l’altro anche io ho partecipato ad una delle classifiche letterarie). È importante leggere, ti fa scoprire il mondo e viaggiare con la fantasia, quindi qualunque cosa tu legga va benissimo.»

Scorrere con gli occhi le parole dei tuoi racconti del martedì, è come perdersi in una quotidiana particolarità. Pezzi di vita, mai banali. Quando ti leggo mi sembra d’esser lì con te ed in alcuni casi (vedi il racconto La pagina bianca) è un po’ imbarazzante! Le immagini si creano nella mente ed iniziano a muoversi, ad interagire ed è come se ti vedessi. Hai mai pensato di raccogliere questi racconti in un libro?
«Ad essere onesto no, certo mi piacerebbe però mi piace anche l’idea di un appuntamento fisso, settimanale, gratuito che se hai voglia un’occhiata gliela dai, casomai in metropolitana dal cellulare o in pausa-pranzo o a scuola, quando la professoressa di latino non ti vede. Mi piace pensare che tutti possano leggere le mie cose in qualsiasi posto, in ogni attimo, basta che hai una connessione ad internet. Per la carta c’è tempo, per la carta ci sono i romanzi scritti e chiusi nel cassetto. Vedremo. Speriamo anche.»

Aspettando di leggere i suoi futuri romanzi, leggiamo o continuiamo a leggere i suoi racconti. Escono il martedì, ma chi non conosce ancora Elia, può leggere i racconti che ha già pubblicato.


Articolo scritto per iltempolastoria.it

http://www.iltempolastoria.it/rubriche/libri-in-viaggio/chi-e-elia-mangiaboschi/

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